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La rosa (non) è una rosa

Per una valorizzazione della tradizione testuale delle Sillogi Minori

Informations
  • Résumé
  • Mots-clés (19)
Texte

Gather ye rosebuds while ye may,
Old Time is still a-flying;
And this same flower that smiles to day
To morrow will be dying.
– da Robert Herrick, To the Virgins, to make much of Time (1648).

Fortuna moderna di un distico anonimo1

Τὸ ῥόδον ἀκμάζει βαιὸν χρόνον· ἢν δὲ παρέλθῃ,
ζητῶν εὑρήσεις οὐ ῥόδον, ἀλλὰ βάτον.

La rosa fiorisce per un tempo breve. Se passa
e la ricerchi, non troverai più la rosa, ma il rovo.

Così appare un distico anonimo nel libro 11 dell’Heidelbergensis Palatinus Graecus 23 (P; terzo quarto del X sec.). Il carme, AP 11.53, è presente nella stessa forma anche nel Venetus Marcianus Graecus 481 (Pl), l’autografo dell’antologia epigrammatica realizzata da Massimo Planude nel 1299 o nel 13012 a partire da una copia della stessa antologia di IX-X sec. che sta alla base di P: l’antologia di Costantino Cefala, protopapa a Costantinopoli nel 9173.

In P, il distico è tra i componimenti simposiali raccolti nella prima parte del libro 11: molti dei carmi di questa sezione sono riflessioni sui temi del vino e della gioia fragile del convito come antidoti alla fugacità del tempo, con ripetute esortazioni al carpe diem e variegate declinazioni del motivo del memento mori. Il carme anonimo, con la sua allusione alla precoce sfioritura della rosa, si presta in effetti a essere interpretato come un ammonimento, di generica natura esistenziale, a non sprecare l’occasione. Anche Planude doveva considerare il distico adatto a sollecitare la riflessione morale: lo colloca infatti nel suo primo libro, tra i carmi epidittici e dimostrativi4.

La presunta valenza gnomica è valsa all’epigramma una fortuna ininterrotta. Inserito in numerose antologie dell’Anthologia, il componimento ha conosciuto traduzioni in latino e in varie lingue moderne, un censimento delle quali è stato condotto da James Hutton nei suoi fondamentali volumi sulla ricezione dell’epigramma greco in Italia, in Francia e nei Paesi Bassi fino al XIX secolo (Hutton 1935, 1946). Tra le traduzioni successive si può citare quella di Tommaso Semmola, “Socio Corrispondente dell’Accademia Ercolanese, Ispettore degli Scavi di Antichità nella Penisola Sorrentina” – così recita il frontespizio del volume –, che inserisce una libera versione del carme, con testo a fronte, in una sezione “Sul tempo”:

La rosa dopo un giorno
Non resta quel che fu;
Nasce, languisce e muore
E non ritorna più.


Se a rivederla torni,
Domandi ove sei tu?
Lo spino tu ritrovi
Dove la rosa fu.

(Semmola 1850, pp. 90-91).

Il distico non manca neanche nei fortunati Select Epigrams from the Greek Anthology di John Williams MacKail (1890), dove compare, con il titolo “Rose and Thorn”, nella sezione “Fate and Change”:

The rose is at her prime a little while; which one past, thou wilt find when thou seekest no rose, but a thorn.

(MacKail 1890, p. 215).

Tra le traduzioni in inglese, si potrà citare ancora quella di John Arthur Pott in Greek Love Songs and Epigrams from the Anthology (1911, p. 141), ricordata anche da William Roger Paton nella sua Loeb (Paton (1918), p. 96)5:

A little while do roses reign,
For perfect beauty may not last;
Then, seeking, you shall seek in vain.
A little while do roses reign –
But ah! The cruel thorns remain,
Though the fair flowers be overpast.
A little while do roses reign,
For perfect beauty may not last.

(Pott 1911, p. 141).

Ma la fortuna dell’epigramma non è limitata alle traduzioni. Il sapore gnomico gli è valso anche l’ingresso nei testi scolastici. È proposto come esercizio di versione, per esempio, nella Crestomazia greca ad uso dei ginnasj della Lombardia (1824), insieme ad altri testi epigrammatici selezionati per il loro contenuto morale, come chiariscono i titoli che li introducono: “La vita, una navigazione” (Pallada, AP 10.65), “Forza del tempo” (Platone, AP 9.51), “Instabilità del possedere” (Luciano6, AP 9.74), “Avvertimento” (Luciano, AP 10.27), “Vera ricchezza” (Luciano, AP 10.41), e così via.

Includono il distico anche gli Esercizi greci di Carlo Schenkl – libro di testo molto diffuso nei licei del Regno d’Italia, grazie alla versione italiana curata da Joseph Müller, uscita nel 1869 per i tipi di Ermanno Loescher: a p. 92, tra le frasi selezionate come esercizio sull’“ottava classe di verbi, ossia classe mista”, compaiono anche i due anonimi versi sulla rosa (Schenkl 1869, p. 92). E sarà stato proprio l’eserciziario di Schenkl, adottato dalle classi III, IV e V dell’I.R. Ginnasio Superiore di Trento, ad aver suggerito a un Professore di quell’Istituto, Valentino Garbari, di assegnare l’epigramma come tema di Italiano alla sua VII classe nell’anno scolastico 1879-80, accanto a proposte analogamente improntate alla riflessione esistenziale (“In qual maniera possiamo viver contenti a questo mondo”, “La vita è una continua lotta, nella quale dobbiamo combatter forti”, o, con più specifica attenzione all’età dei destinatari della sollecitazione gnomica, “Non ci lasciamo fuggire infruttuosi gli anni dell’adolescenza”) e ad altre “di indirizzo” (“Dell’epopea”, o “Luoghi del canto XIII dell’Inferno, in cui Dante ha imitato Virgilio”, o ancora “Conseguenze utili dell’invenzione della stampa”, “Lodovico il Bavaro e Federico il Bello”, etc.)7.

In area anglosassone, compare nella sezione “Home Life” di J.A. Nails-G.A. Nails, Greek Through Reading (1963, p. 61), dove significativamente si leggono, subito dopo il nostro distico (a cui, come in MacKail, è assegnato il titolo di “Rose and Thorn”), due epitafi per ἄωροι, “Epitaph on a boy aged twelve” (AP 7.4538) e “The little sister” (Leonida di Taranto, AP 7.662). L’immagine della sfioritura della rosa è evidentemente sentita in linea con il tema della morte ante diem, e non mancano di certo – almeno nelle letterature moderne – esempi di un suo uso in tal senso (tra i più celebri, la Consolation à M. du Périer di François de Malherbe, 1599: “Mais elle était du monde où les plus belles choses / Ont le pire destin: / Et Rose elle a vécu ce que vivent les Roses, / L’espace d’un matin”, riecheggiata da Fabrizio De André nella chiusa della Canzone di Marinella, 1964: “E come tutte le più belle cose / vivesti solo un giorno come le rose”9).

Non stupisce, vista la fortuna del distico, che il latinista George Booth (1791-1859) abbia tratto ispirazione dal nostro epigramma – come chiarisce la citazione del suo incipit in esergo – per comporre questo epitafio, interamente incentrato sul confronto tra la fanciulla morta ante diem con la rosa:

Ad Filiae Tumulum Inferiae

Τὸ ῥόδον ἀκμάζει βαιὸν χρόνον



Tangere si qua potest viventûm cura sepultos,
Nec pia dat tumulo munus inane fides;
Hanc cape rorantem lacrymis, mea nata, corollam,
Carpta semel nulla quae revirescet aqua.
Has cape, nata, rosas, similes quas viva colebas
Ipsa tibi, pulcras pulcra, brevisque breves.
Hei mihi! prima cadit toto rosa gratior horto:
Gratior et cunctis prima puella cadit!
Te tamen ornabit vivax post funera virtus;
Ut manet in sicco flore superstes odor10.

Il distico è stato insomma oggetto, nel corso dei secoli, di una lettura in termini di generica riflessione esistenziale, che ne ha determinato la fortuna in vari contesti – selezioni del fior fiore dell’Anthologia, aule scolastiche, esergo per epitafi. Una lettura legittima, e tuttavia – lo vedremo nel prossimo paragrafo – deviante rispetto alla valenza originaria del testo.

Fortuna antica di una metafora omofila

Chi abbia familiarità con l’Anthologia Graeca non faticherà a individuare, dietro la neutralità apparente dell’immagine floreale, uno specifico riferimento alla rosa come metafora della bellezza giovanile – e in particolare della bellezza puerile11 – utilizzata in contesti pederotici per esortare l’amasio a concedere le proprie grazie prima che sia troppo tardi. Basteranno pochi esempi a illustrarlo. Così si esprime Filippo di Tessalonica in AP 11.36 = GPh 3027-3032, epigramma anch’esso incluso tra i carmi simposiali di AP 11:

Ἡνίκα μὲν καλὸς ἦς, Ἀρχέστρατε, κἀμφὶ παρειαῖς
οἰνωπαῖς ψυχὰς ἔφλεγες ἠιθέων,
ἡμετέρης φιλίης οὐδεὶς λόγος· ἀλλὰ μετ’ ἄλλων
παίζων τὴν ἀκμὴν ὡς ῥόδον ἠφάνισας.
ὡς δ’ ἐπιπερκάζεις μιαρῇ τριχί, νῦν φίλον ἕλκων
τὴν καλάμην δωρῇ δοὺς ἑτέροις τὸ θέρος.  

Quando eri bello, Archestrato, e infiammavi
i cuori dei giovani con le tue guance vermiglie,
non tenevi la nostra amicizia in alcun conto: hai giocato con altri
e hai sciupato il tuo fiore, come una rosa.
Ora che ti annerisci di pelo ripugnante cerchi un amico
e offri la stoppia, dopo aver dato ad altri la spiga.

Di analogo contenuto Stratone di Sardi, AP 12.195 = 36 Floridi:

Ἄνθεσιν οὐ τόσσοισι φιλοζέφυροι χλοάουσι
λειμῶνες, πυκιναῖς εἴαρος ἀγλαΐαις,
ὅσσους εὐγενέτας, Διονύσιε, παῖδας ἀθρήσεις,
χειρῶν Κυπρογενεῦς πλάσματα καὶ Χαρίτων.
ἔξοχα δ’ ἐν τούτοις Μιλήσιος ἠνίδε θάλλει
ὡς ῥόδον εὐόδμοις λαμπόμενον πετάλοις.
ἀλλ’ οὐκ οἶδεν ἴσως, ἐκ καύματος ὡς καλὸν ἄνθος,
οὕτω τὴν ὥρην ἐκ τριχὸς ὀλλυμένην.



Nei prati cari a zefiro non sono tanti i fiori a sbocciare,
fitti splendori di primavera,
quanti i ragazzi nobili che vedrai, Dionisio,
plasmati dalle mani di Cipride e delle Cariti.
Guarda tra questi come spicca Milesio,
simile a rosa che risplende coi suoi petali profumati.
Ma forse non sa che, come un bel fiore dalla calura,
così la giovinezza è distrutta dai peli.

Entrambi i testi chiariscono come la bellezza puerile, caduca come la rosa, sia oscurata dalla comparsa dei peli – segnali topici dell’inizio della pubertà e della fine del tempo dell’ἐρώμενος (sul tema, cfr. Tarán 1985). Una volta calata “la notte del pelo”12, l’ἐραστής non sarà più disposto ad accogliere il ragazzo un tempo sprezzante: il messaggio implicito è che conviene concedersi prima che sia troppo tardi.

Gioca sul rovesciamento di questo tema topico un epigramma anonimo, AP 12.40 = HE 3698-3701:

Μὴ ’κδύσῃς, ἄνθρωπε, τὸ χλαινίον, ἀλλὰ θεώρει
οὕτως ἀκρολίθου κἀμὲ τρόπον ξοάνου.
γυμνὴν Ἀντιφίλου ζητῶν χάριν, ὡς ἐπ’ ἀκάνθαις
εὑρήσεις ῥοδέαν φυομένην κάλυκα.



Non togliermi il mantello, amico, ma guardami
come si guarda una statua di legno con le estremità sole di marmo.
Se cerchi la grazia nuda di Antifilo, la troverai,
come corolla di rosa che spunta tra spine.

Il potenziale amante è questa volta invitato a sorvolare sulla maturazione fisica dell’ἐρώμενος: a chi sappia cercare, la sua metaforica grazia si presenterà luminosa come una corolla di rosa tra spine. Questo carme, più degli altri, chiarisce che la rosa può valere come immagine specificamente anatomica, secondo un uso che affonda le sue radici in commedia, dove il termine è utilizzato in relazione ai genitali13. E le ἄκανθαι, aguzze e pungenti, sono, nel contesto, ovvia metafora per le detestate τρίχες14.

Il consueto tema del carpe diem erotico, con l’immagine della rosa a chiarire l’evanescenza della bellezza, compare in Stratone, AP 12.234 = 74 Floridi. Il poeta si rivolge al suo interlocutore per avvertirlo dei rischi di un atteggiamento troppo sprezzante:

Εἰ κάλλει καυχᾷ, γίνωσχ’, ὅτι καὶ ῥόδον ἀνθεῖ·
ἀλλὰ μαρανθὲν ἄφνω σὺν κοπρίοις ἐρίφη.
ἄνθος γὰρ καὶ κάλλος ἴσον χρόνον ἐστὶ λαχόντα·
ταῦτα δ’ ὁμῇ φθονέων ἐξεμάρανε χρόνος.



Se ti vanti della bellezza, sappi che anche la rosa fiorisce:
ma una volta appassita è subito gettata via col letame.
Al fiore e alla bellezza la sorte ha concesso la stessa durata
– il tempo invidioso fa appassire entrambe.

Il sesso dell’anonimo destinatario dell’allocuzione non è specificato, ma l’epigramma è incluso nel libro 12 della Palatina, dedicato ai componimenti omoerotici. L’attribuzione stessa a Stratone è un indizio inequivocabile della natura omofila dei versi: del poeta di Sardi sono noti solo componimenti dedicati ai ragazzi, raccolti in un libro a cui – almeno nel lemma che introduce AP 12 – è assegnato il titolo di Παιδικὴ Μοῦσα15. Il senso pederotico dell’ammonimento era insomma evidente al lettore antico, anche in assenza di indizi interni che chiarissero a chi esso fosse rivolto16.

Un ulteriore esempio di impiego metaforico dell’immagine della rosa in un contesto omofilo è Rufino, AP 5.28 = 10 Page17, che si chiude, come il nostro epigramma, sul contrasto ῥόδον/βάτος – dove quest’ultima, come le ἄκανθαι di adesp. AP 12.40, indica la nuova condizione fisica dell’ἐρώμενος (e cfr. anche Strat. AP 12.204.3 = 45.3 Floridi τίς κάλυκας συνέκρινε βάτῳ;):

Νῦν μοι “Χαῖρε” λέγεις, ὅτε σου τὸ πρόσωπον ἀπῆλθεν
κεῖνο τὸ τῆς λύγδου, βάσκανε, λειότερον·
νῦν μοι προσπαίζεις, ὅτε τὰς τρίχας ἠφάνικάς σου
τὰς ἐπὶ τοῖς σοβαροῖς αὐχέσι πλαζομένας.
μηκέτι μοι, μετέωρε, προσέρχεο μηδὲ συνάντα·
ἀντὶ ῥόδου γὰρ ἐγὼ τὴν βάτον οὐ δέχομαι.

Ora dici “ciao”, quando non esiste più quel tuo volto
più liscio del marmo, ragazzo altezzoso,
ora mi provochi, quando hai rovinato i capelli
che si agitavano sul tuo collo fiero.
Non avvicinarti, non venire da me, superbo:
non accetto il rovo al posto della rosa.

La persona loquens si rivolge al fanciullo un tempo sprezzante, che non esiterebbe ora a concedersi, quando le sue grazie sono irrimediabilmente sfiorite18.

L’immagine ricorre anche fuori dall’ambito epigrammatico. Un esempio particolarmente istruttivo è [Theocr.] 23.28-32, dove l’equazione rosa = bellezza puerile è espressa con chiarezza didascalica:

καὶ τὸ ῥόδον καλόν ἐστι, καὶ ὁ χρόνος αὐτὸ μαραίνει·
καὶ τὸ ἴον καλόν ἐστιν ἐν εἴαρι, καὶ ταχὺ γηρᾷ· […]
καὶ κάλλος καλόν ἐστι τὸ παιδικόν, ἀλλ’ ὀλίγον ζῇ.



Anche la rosa è bella, ma il tempo la fa appassire;
anche la viola è bella in primavera, ma presto avvizzisce; […]
anche la bellezza del ragazzo è bella, ma dura poco.

Da questi pochi esempi dovrebbero risultare evidenti almeno due dati: l’interpretazione di un epigramma dipende naturalmente, in primo luogo, dalla familiarità del lettore con motivi e immagini le cui valenze simboliche, nel corso del tempo, possono mutare. Secondo elemento, non meno significativo ai fini dell’interpretazione, tuttavia, è il contesto antologico in cui un componimento occorre. L’inserimento di un carme all’interno di una sequenza tematica, o il suo accostamento a uno specifico companion piece19, può chiarire il senso del testo e orientare il lettore nella sua interpretazione. Questa aggiunta di senso può risalire all’autore stesso, quando è presumibile che l’accostamento sia frutto di una sua scelta, o può in ogni caso coglierne le intenzioni originarie, se imputabile a un curatore che dell’autore condivida gli orizzonti culturali. Ma – come il nostro esempio ha chiarito – può anche orientare in una direzione diversa. Se estrapolato dall’immaginario pederotico, il distico sulla rosa perde il suo carattere concreto di ammonimento amoroso e diventa una più generica massima sulla fugacità del tempo e sulla necessità di non perdere le occasioni che la vita offre, tanto da poter essere sottoposto a dei liceali in un’epoca in cui sarebbe stato impensabile proporre, sui banchi di scuola, un componimento incentrato su una tematica omofila.

I criteri di selezione e di raccolta, la disposizione dei materiali all’interno di una collezione, gli accostamenti dei testi in coppie o in serie tematiche illuminano, insomma, sui gusti individuali di un compilatore e sulle sue finalità “editoriali” e possono fornire informazioni, più in generale, sull’ambiente culturale in cui egli opera. Possono inoltre condizionare la lettura di un componimento, chiarire come esso veniva percepito dal suo autore o da chi decideva di copiarlo, guidare nella sua interpretazione e influire, quindi, sul processo creativo di imitazione e riscrittura, connaturato fin dalle origini a un genere che fa dell’arte della variazione uno dei propri principi costitutivi20.

Tornando al nostro distico, l’esegesi omofila è in effetti almeno parzialmente guidata dal contesto in cui il carme appare in P. I due epigrammi che lo precedono sono infatti analogamente riconducibili all’ambito omoerotico. AP 11.51, altro monodistico tramandato anonimo, elabora lo stesso tema del nostro componimento, esortando l’interlocutore a godere della giovinezza finché è in tempo:

Τῆς ὥρας ἀπόλαυε· παρακμάζει ταχὺ πάντα·
ἓν θέρος ἐξ ἐρίφου τρηχὺν ἔθηκε τράγον.



Godi della giovinezza: tutto sfiorisce presto.
Una sola estate ha fatto di un capretto un caprone irsuto.

L’immagine del (tenero) capretto trasformato in irsuto caprone nel giro breve di un’estate non lascia dubbi sulla natura pederotica di questo invito al carpe diem21. Di tema scopertamente omofilo anche adesp. AP 11.52, dedicato a un certo Trasibulo, vittima dell’amore per i ragazzi:

Παιδείῳ, Θρασύβουλε, σαγηνευθεὶς ὑπ’ ἔρωτι
ἀσθμαίνεις, δελφὶς ὥς τις ἐπ’ αἰγιαλοῦ
κύματος ἱμείρων· δρέπανον δέ σοι οὐδὲ τὸ Περσέως
ἀρκεῖ ἀποτμῆξαι δίκτυον, ᾧ δέδεσαι.



Preso nelle maglie di un amore maschile, Trasibulo,
ansimi, come un delfino che sulla spiaggia
aneli il mare: non ti basta la falce di Perseo
a tagliare la rete che ti tiene imprigionato.

La fonte di Cefala per la sezione 47-53 del libro 11 non è identificabile (Cameron (1993), pp. XVI-XVII)22; è tuttavia evidente che nel suo modello i temi del vino e dell’eros erano mescolati, secondo un binomio inveterato. La tematica erotica è sentita come compatibile con il συμποτικὸν εἶδος, anche in assenza di specifici riferimenti al banchetto.

L’esegesi del nostro distico è stata dunque condizionata, nel corso del tempo, da un doppio processo, di decontestualizzazione prima e di ricontestualizzazione poi.

Da un lato, già a partire da Planude, che per i due versi scelse una collocazione diversa rispetto a quella di Cefala, si è perso il nesso con il contesto antologico originario; dall’altro si sono venuti a creare nuovi contesti di ricezione, in cui il componimento tende a essere associato con altri di generico contenuto morale, tanto da poter essere scelto da un dotto latinista come esergo per un carme funerario e da finire sui banchi di scuola come fonte di ammaestramento ed esempio di stile.

Ha continuato a riproporsi, insomma, una dinamica antica, connaturata fin dalle sue origini all’epigramma come genere letterario: “destined by its very nature to be anthologized” (Cameron (1993), p. 4)23, l’epigramma deve la sua stessa sopravvivenza all’inclusione all’interno di una raccolta. La storia dell’epigramma è legata, in modo naturale, alla storia delle antologie epigrammatiche. Costantino Cefala, nel compilare la propria antologia, attingeva a sua volta ad antologie precedenti: la Corona di Meleagro (100 a.C. ca.), la Corona di Filippo (prima metà del I sec. d.C.) e il Ciclo di Agazia (VI sec. d.C.), per limitarsi alle principali24. E la sua antologia ha dato vita a selezioni, ampliamenti, rimaneggiamenti – cioè, in altre parole, a nuove antologie – da P e Pl, fino alla sezione epigrammatica della Crestomazia greca ad uso dei ginnasj della Lombardia (1824) e oltre.

Storia editoriale dell’Anthologia, Sillogi Minori e assetto testuale di AP 11.53

È necessario, a questo punto, fare un passo indietro, per ricostruire un altro tassello della storia della ricezione del distico e svolgere qualche considerazione sulle edizioni critiche dell’Anthologia Graeca.

P e Pl – pur diverse per dimensioni e, in parte, per la loro selezione dei testi – sono le due antologie epigrammatiche derivate da Cefala più ricche e complete di cui disponiamo. Non sono, però, le uniche. È ormai noto, almeno a partire dagli studi di Johannes Basson, che dall’antologia di Cefala dipende anche una costellazione di “Sillogi Minori”, diverse per dimensioni e scopi, e realizzate in tempi e circostanze differenti. Anche se il numero di epigrammi che esse contengono è più ridotto rispetto a P e Pl, esse hanno, sul piano tradizionale, lo stesso valore delle due antologie maggiori e, in alcuni casi, possono preservare lezioni poziori25.

Tra le Sillogi Minori, un posto di primo piano occupa senz’altro la Sylloge Parisina, detta anche Crameriana da John Anthony Cramer (1793-1848), suo primo editore, che la diede alle stampe nel 184126. La Parisina (S), il cui testimone principale è un manoscritto di XII-XIII sec., il Par. suppl. gr. 352, con i suoi 115 componimenti è la più cospicua delle Sillogi Minori27. Il suo interesse risiede soprattutto nel fatto che essa contiene un numero significativo di epigrammi non altrimenti noti, molti dei quali di tema (omo)erotico. Questi componimenti, tramandati anonimi come tutti gli epigrammi della silloge, ma verosimilmente attribuibili agli stessi autori che si leggono in AP 12, e che sono in parte presenti nella silloge stessa28, non hanno goduto di una grande fortuna editoriale29, per quanto essi non siano troppo diversi, per temi e qualità stilistico-letteraria, dai testi conservati nelle due antologie maggiori.

Questo, ad esempio, un epigramma noto dalla sola Parisina (S105 = Cougny III.170)30, probabilmente ispirato al tema iconografico di Eros dormiente, caro all’arte ellenistica e romana e al centro di una serie di componimenti ecfrastici conservati da Planude (Plat. APl 210; Flacc. APl 211 = GPh 3863-3868; Alph. APl 212 = GPh 3578-3583):

Ὑπνώοις ἐπὶ πουλύν, Ἔρως, χρόνον· ἄχρι γὰρ ἂν <σὺ>31
εὕδῃς, εἰρήνην σῶν ἔχομεν βελέων·
ἢν δέ σ’ ὁ λυσιμελὴς προφύγῃ κόπος, οἰκτρὸς ἐκεῖνος
ὃς πρῶτος σὸν ἴδοι κανθὸν ἀνοιγόμενον.



Dormi, Eros, dormi a lungo: finché
dormi, per noi c’è tregua dai tuoi dardi.
Se invece ti abbandona la fatica scioglimembra,
sventurato chi per primo il tuo occhio vede aprirsi.

Questa, invece, è una variazione sul tema della notte troppo breve per gli amanti (S103 = Cougny IV.69)32, diffuso nella poesia erotica greco-latina33, che viene qui trattato con una certa originalità: il risveglio avviene mentre l’amante sta sognando il ragazzo amato, e non mentre è davvero a letto con lui, come è più comune in questi contesti (ma cfr., per una situazione analoga, Marc. Arg. AP 9.286.1–2 = GPh 1373-1374 ἡδὺ δὲ Πύρρης / εἴδωλον κοίτης ᾤχετ’ ἀποπτάμενον):

Ὄρνι34, τί μ’ ἐξ ὕπνου φρενοθελγέος ἐξεβόησας;
τίπτε δ’ ὀνειροπόλου νόσφισας ἀμβροσίης;
αὐτόθι γ’ ἂν γλυκεροῖς περιπλέγμασι παιδὸς ἐχρώμην,
ἐγγὺς ἔχων τὸν ἐμὸν καὶ φιλέων ἑτάρον.
ἐξ οἵης μ’ ἀπάτης ἀπενόσφισας. Ὄρνι, σὺ πᾶσιν
ὢν βαρύς, εἰς ἐμὲ νῦν ὠκυπέτης ἐγένου.



Gallo, perché mi hai strappato dal sonno che incanta la mente,
perché mi hai tolto l’ambrosia del sogno?
Ero lì a godermi i dolci abbracci del mio amato,
avevo vicino il mio compagno, e lo baciavo.
Da quale inganno mi hai strappato! Gallo, tu per tutti 5
sei pesante, ma per me, ora, sei diventato uccello dal rapido volo35.

La ragione per cui questi due epigrammi, insieme ad altri trasmessi dalla sola Parisina, sono noti solo agli specialisti, è strettamente legata alla storia editoriale dell’Anthologia, a sua volta indissolubilmente connessa alle vicende di P. Il codice cominciò a essere accessibile ai dotti d’Europa all’inizio del XVII sec. Entrato a far parte della biblioteca personale di Friedrich Sylburg (1536-1596) alla fine del XVI, al termine di un percorso in buona parte misterioso36, alla sua morte fece il suo ingresso alla Biblioteca Palatina di Heidelberg. A partire da allora, monopolizzò l’attenzione degli studiosi, che sino a quel momento avevano letto gli epigrammi greci basandosi, sostanzialmente, sulla sola antologia di Planude. Il codice Palatino, con i suoi molti epigrammi in più rispetto a Pl, si impose rapidamente come il testimone più completo e più ricco. Non sorprende dunque che sia il suo assetto a essere riprodotto dalle edizioni moderne dell’Anthologia.

Dopo le prime edizioni parziali del codice, a opera di Johann Jacob Reiske (1716-1774) (Reiske 1752/1753, 1754) e di Richard François Philippe Brunck (1729-1803) (Brunck 1772/1776), fu Friedrich Jacobs, nell’edizione del 1813-1817 [Jacobs (1813/1817)]37, a fornire la vera e propria princeps di P, seguendo l’ordinamento in libri tematici del manoscritto (14 + un artificiale libro 15 che raccoglie una serie di materiali additizi rispetto all’antologia vera e propria, presenti in P38) e annettendovi, a mo’ di appendice, gli epigrammi in più di Pl.

A partire da allora, si sono succedute altre edizioni, dalla Didotiana in due tomi di Johann Friedrich Dübner (1802-1867) (1864/1890), alla Teubneriana di Hugo Stadtmüller (1845-1906), rimasta incompiuta per la morte dell’editore (l’ultimo tomo pubblicato, il III/1, si ferma all’altezza di AP 9.563) (Stadtmüller 1894/1906), all’edizione della Collection Budé della Société d’édition Les Belles Lettres, in tredici tomi, avviata nel 1928 da Pierre Waltz e conclusasi nel 2011 con la pubblicazione del libro 10 a opera di Jean Irigoin, Francesca Maltomini e Pierre Laurens, fino alla Tusculum Bücherei, in quattro tomi, pubblicata da Hermann Beckby nel 1957-1958 e poi nel 1965-1967, in una versione riveduta e ampliata.

Tutte queste edizioni rispettano l’assetto di P: gli epigrammi sono disposti in 14 libri, ai quali – sulla scia di Jacobs – sono annessi un artificiale libro 15 e l’Appendix Planudea (APl, a volte impropriamente designata anche come AP 16). Sono invece assenti gli epigrammi in più che si ricavano dalle Sillogi Minori, con l’eccezione degli epigrammi della cosiddetta silloge Σπ – l’insieme dei 58 componimenti vergati da una mano del XII-XIII sec. in vari punti di P, al fine evidente di arricchirne il contenuto. Jacobs inserì infatti nella sua edizione gli epigrammi di Σπ come se appartenessero alla Palatina propriamente detta, assegnando loro una numerazione che si è imposta in tutte le successive edizioni39. Il resto dei componimenti in più che si ricavano dalle Sillogi Minori sono inclusi nella sola Didotiana, ai cui due tomi è annessa un’Appendix nova epigrammatum veterum ex libris et marmoribus ductorum, curata da Edme Cougny (1818-1889) e uscita postuma, nel 1890 (Dübner e Cougny 1864/1890). In questa Appendix sono appunto raccolti componimenti epigrammatici di provenienza varia, tra cui quelli conservati dalle sole Sillogi Minori. Pur ormai datata, l’“Appendix Cougny” rimane, di fatto, l’edizione di riferimento per questi materiali additizi.

Questo “appiattimento” della tradizione sul testimone più importante e più completo (con l’adozione della prassi, piuttosto discutibile sul piano metodologico, di aggiungere ai 14 libri di P due libri fittizi40, e di considerare come parte dell’antologia maggiore gli epigrammi in più di Σπ, di cui si è detto) ha dunque pressoché condannato all’oblio alcuni testi originariamente inclusi da Cefala nella sua compilazione. Ha inoltre fatto sì che l’assetto del codice Palatino si sia imposto come canonico: le edizioni moderne dell’Anthologia riproducono le sequenze di epigrammi secondo il loro ordinamento in P. Si tratta di una scelta editoriale – come si è visto – non neutra in termini di ricezione, e per la quale si possono forse ormai proporre delle alternative.

Ora che per la mastodontica mole di materiali epigrammatici conservata da P si può disporre di edizioni critiche moderne, fondate su criteri scientifici41, i tempi sono maturi perché ci si possa occupare anche delle altre antologie derivate da Cefala – a partire dalla Planudea, per la quale i criteri editoriali sono così significativi, e su cui si è fondata, per secoli, la conoscenza dell’epigramma greco in Occidente. Un’edizione dell’antologia di Planude, che ne riproduca l’assetto e la selezione, è un desideratum, così come varrebbe la pena dedicare edizioni monografiche alle Sillogi Minori più corpose, come la Parisina42 o l’Appendix Barberino-Vaticana43, in modo tale da avere un’idea meno monolitica dei diversi contesti antologici in cui un epigramma è stato inserito – con le relative conseguenze in termini di esegesi e ricezione – nel corso del tempo.

Alla valorizzazione della molteplicità testuale dell’Anthologia può utilmente concorrere un progetto di edizione digitale come quello attualmente in corso, “Pour une édition numérique collaborative de l’Anthologie grecque”, patrocinato dal Canada Research Chair on Digital Textualities44. L’edizione digitale potrebbe intanto permettere la divulgazione, presso un pubblico ampio, di testi finora sostanzialmente accessibili solo agli specialisti, come gli epigrammi delle Sillogi Minori non compresi in P e Pl, esclusi dalle edizioni critiche dell’Anthologia e, di conseguenza, da qualsiasi antologia divulgativa. Ma potrebbe anche rendere più immediato, per il lettore, il diverso assetto testuale che un epigramma può presentare nelle diverse raccolte, e permettere così di capire come un testo è stato letto nel corso del tempo. Quest’ultimo punto risulta particolarmente importante quando a essere coinvolta è la lunghezza di un epigramma. I componimenti, nelle diverse collezioni, possono infatti apparire ridotti, separati o accorpati, in modi che non necessariamente ne compromettono il senso.

È questa la sorte toccata anche al monodistico da cui è iniziata la nostra riflessione, AP 11.53. L’epigramma, infatti, è anche in S, dove, tuttavia, presenta un assetto testuale diverso rispetto a quello delle due collezioni maggiori. È unito a un altro componimento che in P appare come un distico autonomo, conservato nel libro omofilo e tramandato sotto il nome di Alceo di Messene, AP 12.29 = HE 42-43:

Πρώταρχος καλός ἐστι καὶ οὐ θέλει, ἀλλὰ θελήσει
ὕστερον· ἡ δ’ ὥρη λαμπάδ’ ἔχουσα τρέχει.



Protarco è bello e non vuole, ma vorrà
poi: il tempo corre una gara a staffetta.

L’unione dei due distici coglie le affinità tematiche tra i testi. Si tratta, in entrambi i casi, di riflessioni sulla fugacità della bellezza puerile, espresse attraverso due diverse metafore: in AP 12.29 la lampadedromia, una corsa a staffetta a cui è paragonata l’età giovanile, per la velocità con cui essa trascorre; in AP 11.53 la sfioritura della rosa, immagine canonica di bellezza effimera, specie, come si è visto, in contesti omofili. Degno di nota il fatto che S ha καὶ ῥόδον in luogo di τὸ ῥόδον di P e Pl: in S il distico sulla rosa, che giunge per secondo, è una sorta di comparandum esplicativo rispetto alla metafora dei vv. 1-2. La valenza omofila del paradigma risulta così esplicita e inequivocabile.

Gli editori dell’Anthologia scelgono compatti di stampare il testo come esso appare in P e Pl. C’è da chiedersi, tuttavia, se l’assetto originario dell’epigramma non sia proprio quello della Parisina, come era incline a credere August Meineke, e come, dopo di lui, hanno pensato anche altri studiosi45: il fatto che in P i due distici compaiano a distanza di un libro rende piuttosto difficile ipotizzare un loro accorpamento meccanico46.

Non si può affatto escludere, dunque, che in Cefala i quattro versi costituissero un unico componimento, smembrato in un qualche momento successivo della tradizione. Come conseguenza dello smembramento, i due distici sarebbero finiti, in P, in due libri diversi, mentre Planude ne avrebbe incluso uno solo nella sua antologia (verosimilmente, proprio perché non ne percepiva la valenza erotica; AP 12.29 invece, come gli altri epigrammi di contenuto omofilo, è stato omesso, in accordo con la scelta del monaco, programmatica e dichiarata, di lasciare nell’antigrafo i testi offensivi del senso del decoro47). L’improvvisa autonomia del secondo distico avrebbe inoltre determinato la sostituzione di un καί originario con un τό, nonché il lemma ἄδηλον che accompagna i due versi sia in P sia in Pl. Alceo, a cui P assegna AP 12.29, sarebbe quindi l’autore di un componimento costituito originariamente di due distici. Può valere la pena notare che tra gli epigrammi attribuiti al poeta non vi sono in effetti altri monodistici, una tipologia epigrammatica popolare soprattutto a partire dall’età neroniana (cfr. Lausberg 1982; Laurens 2012, pp. 373-397), mentre gli epigrammi di quattro versi sono almeno cinque sul totale dei 22 inclusi da Gow-Page in HE sotto il nome di Alceo. E il distico è del tutto compatibile con l’usus scribendi dell’autore: il nesso ἀλλὰ βάτον compare, in chiusa di pentametro, un’unica altra volta nell’Anthologia (e più in generale nella poesia greca), proprio in un epigramma di Alceo, AP 7.536.1-2 = HE 76-77, dove descrive i rovi che Ipponatte – litigioso e caustico da morto come lo fu da vivo – fa crescere sulla propria tomba: Οὐδὲ θανὼν ὁ πρέσβυς ἑῷ ἐπιτέτροφε τύμβῳ / βότρυν ἀπ’ οἰνάνθης ἥμερον, ἀλλὰ βάτον.

Da rilevare, infine, che la sola conservazione della chiusa gnomica di un componimento originariamente più ampio è una dinamica piuttosto comune nella storia della trasmissione dell’epigramma greco. Un esempio fra tutti. Paolo Silenziario AP 5.258 = 52 Viansino si presenta, nella versione planudea, come un monodistico autonomo, senza i quattro versi che lo precedono nella forma plenior conservata da P e dall’Appendix Barberino Vaticana48:

Πρόκριτός ἐστι, Φίλιννα, τεὴ ῥυτὶς ἢ ὀπὸς ἥβης49
πάσης· ἱμείρω δ’ ἀμφὶς ἔχειν παλάμαις
μᾶλλον ἐγὼ σέο μῆλα καρηβαρέοντα κορύμβοις
ἢ μαζὸν νεαρῆς ὄρθιον ἡλικίης.
σὸν γὰρ ἔτι φθινόπωρον ὑπέρτερον εἴαρος ἄλλης
χεῖμα σὸν ἀλλοτρίου θερμότερον θέρεος.



Al fiore di tutta la giovinezza preferisco le tue rughe,
Filinna: desidero tenere fra le mani
le tue tette cadenti in punta
più che il seno ritto di una ragazzina.
Il tuo autunno vale più della primavera di un’altra,
il tuo inverno è più caldo di un’estate estranea.

Il distico finale, con la sua metafora esistenziale, diventa – in Pl – un componimento autonomo, di sapore gnomico; e l’epigramma di Paolo, così come trasmesso da Planude, fornisce un parallelo anche per la presenza di un ritocco testuale, dettato dalla necessità di rendere autonome porzioni di testo originariamente comprese in un carme più lungo: al γάρ originario, nella versione brevior, si sostituisce, infatti, un ἦ.

La Sylloge Parisina sarebbe dunque l’unico testimone, in questo caso, a preservare la versione completa di un epigramma di quattro versi, uscito dal calamo di Alceo:

Πρώταρχος καλός ἐστι καὶ οὐ θέλει, ἀλλὰ θελήσει
ὕστερον· ἡ δ’ ὥρη λαμπάδ’ ἔχουσα τρέχει.
καὶ ῥόδον ἀκμάζει βαιὸν χρόνον· ἢν δὲ παρέλθῃ,
ζητῶν εὑρήσεις οὐ ῥόδον, ἀλλὰ βάτον.



Protarco è bello e non vuole, ma vorrà
poi: il tempo corre una gara a staffetta.
Anche la rosa fiorisce per un tempo breve. Se passa50,
e tu la ricerchi, non troverai più la rosa, ma il rovo.

La certezza in proposito non può naturalmente essere raggiunta. Ma anche a prescindere dall’ipotesi che sia la Parisina a preservare il testo originario, il componimento che si ricava dalla fusione non è privo di senso. E S senz’altro testimonia che qualcuno, tra XII e XIII secolo, lo ha letto e recepito in questa forma.

Un’edizione digitale può rendere immediatamente chiara questa dinamica, consentendo anche a chi non ha familiarità con gli apparati critici51 di leggere il testo così come esso, in una fase della sua trasmissione, si è presentato al suo pubblico.

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  1. Desidero ringraziare Mathilde Verstraete e Marcello Vitali-Rosati per avermi invitata a contribuire a questa miscellanea e per la splendida ospitalità in occasione del convegno “Navigations anthologiques. L’Anthologie grecque à l’ère des Digital Classics”, che si è svolto presso l’Université de Montréal nei giorni 27-29 ottobre 2022. Grazie anche a Lorenzo Ferroni, Marco Pelucchi e Ambra Russotti per aver letto in anteprima questo contributo. Un pensiero va infine alla mia insegnante di francese delle scuole medie, Liliana Casi, che una mattina di molti anni fa, in un cortile forse fiorito, mi raccontò versi di ragazze e di rose.↩︎

  2. Planude, nella sua sottoscrizione (Pl, f. 122v), specifica la data, ma un’incongruenza nell’indicazione degli estremi cronologici non permette di capire se l’anno sia il 1299 o il 1301 (cfr. Cameron 1993, pp. 75-77).↩︎

  3. Sull’antologia di Cefala, vd. Cameron (1993, pp. 121-159); Lauxtermann (2007); Maltomini (2011b).↩︎

  4. Come noto, Planude riordinò gli epigrammi, che nel modello gli si presentavano disposti “in una maniera confusa e rimescolata” (χύδην … καὶ ἀναμίξ), in libri tematici (κεφάλαια), a loro volta suddivisi in capitoli disposti secondo un criterio alfabetico (cfr. la nota prefatoria all’antologia, f. 2r). Il primo libro comprende appunto gli epigrammi epidittici e dimostrativi. Il nostro componimento anonimo è il settimo dell’ottantottesimo κεφάλαιον (1a.88.7, f. 20v). Uno specchio illustrativo dell’organizzazione della Planudea, con indicazione delle concordanze con AP, si trova in Beckby (1965/1967, vol. I–IV, pp. 576-586) (dove è tuttavia omesso, per errore, il titolo del cap. 9 – cfr. p. 580 – come rilevato da Aubreton (1967, p. 349, n. 3; Aubreton 1972, p. 6, n. 1)).↩︎

  5. Questa la sua traduzione: “The rose blooms for a little season, and when that goes by thou shalt find, if thou seekest, no rose, but a briar”.↩︎

  6. La paternità del componimento è in realtà incerta: Pl lo attribuisce a Luciano, ma in P il carme è anonimo.↩︎

  7. I dati sono ricavati dal Programma dell’I.R. Ginnasio Superiore di Trento alla fine dell’Anno Scolastico 1879-80, Trento (1880).↩︎

  8. Dell’epigramma non è specificato l’autore, ma in P e Pl esso è assegnato a Callimaco.↩︎

  9. Su questa documentata ripresa, cfr. Ivaldi (2019, pp. 6 e 15, n. 5).↩︎

  10. Il carme si legge nell’Anthologia Oxoniensis curata da Linwood (1846, p. 268). Notizie essenziali sulla biografia di George Booth in MacRay (1906, pp. 161-163).↩︎

  11. Non mancano, naturalmente, esempi dell’uso dell’immagine in relazione alla fugacità della bellezza femminile, ma – almeno nella Palatina – l’impiego in contesti eterosessuali è meno frequente: cfr. Mac. AP 11.374.7-8 = 38.7-8 Madden ὡς δὲ ῥόδον θαλέθεσκες ἐν εἴαρι· νῦν δ’ ἐμαράνθης / γήραος αὐχμηρῷ καρφομένη θέρεϊ (rivolto a una donna di nome Laodice). Della longevità della metafora in contesti eterosessuali forniscono comunque un esempio i versi di Robert Herrick citati in esergo (la cui poesia è non a caso ispirata alle Anacreontiche, di cui lo Stephanus aveva pubblicato la princeps nel 1554 (cfr. e.g. Baumann 1974, pp. 55-56). Nell’universo poetico delle Anacreontiche, la rosa è, notoriamente, il fiore erotico per eccellenza (cfr. e.g. Rosenmeyer 1992, pp. 211-212).↩︎

  12. È questa l’immagine utilizzata in un altro epigramma da Stratone di Sardi, AP 12.178.3 = 19.3 Floridi νυκτὶ λαχνοῦται.↩︎

  13. Femminili (cfr. e.g. Schol. Vet. ad Theocr. 11.10-11b Wendel; Henderson (1991, p. 135)); esempi e bibliografia ulteriore in Giannuzzi (2007, pp. 404-405). Anche χάριν (v. 3), nel contesto, avrà il valore concreto di “favore sessuale”, secondo un uso eufemistico diffuso: per esempi e bibliografia, rimando alla mia n. ad Strat. 14.4 = AP 12.16.4.↩︎

  14. Quale regione anatomica sia soprattutto interessata dalla loro comparsa, in ottica pederotica, lo chiarisce d’altronde un luogo come Mel. AP 12.33.4 = HE 4483: ἔστι καὶ ἐν γλουτοῖς φυομένη Νέμεσις.↩︎

  15. Come ho argomentato in Floridi (2007, p. 52, n. 159), è difficile che il titolo possa risalire a Stratone.↩︎

  16. MacKail include l’epigramma di Stratone nella sua antologia, nella sezione “Fate and Change”, con il titolo “Whithered Blossoms”, e lo fa seguire proprio dal nostro distico, AP 11.53. Il carme è tra i pochi di Stratone a comparire nei Select Epigrams, dove la Παιδικὴ Μοῦσα è sostanzialmente omessa, per scelta dichiarata (cfr. MacKail 1890, pp. 36-38): “Of the great mass of those epigrams [i.e. degli epigrammi di AP 12] no selection is possibile or desirable. They belong to that side of Greek life which is akin to the Oriental world, and remote and even revolting to the western mind” (si cita da p. 36). Curiosamente, AP 12.234 è uno dei pochi epigrammi a essere sfuggiti anche – quasi seicento anni prima – alla scure censoria di Planude (che tuttavia attribuiva l’epigramma a Meleagro); per l’atteggiamento di Planude nei confronti di Stratone, e dei carmi (ped)erotici in genere, cfr. Floridi (2007, pp. 44-46; 2021a).↩︎

  17. Il componimento, in P, è incluso nel libro 5, tra i carmi eterosessuali, ma si tratta di un errore di classificazione, probabilmente imputabile a Cefala. Come noto, la collocazione degli epigrammi eterosessuali e di quelli pederotici in due libri diversi è una delle sue innovazioni (cfr. Cameron 1993, pp. 27-28), che lo induce, talora, a commettere qualche errore.↩︎

  18. La crescita del puer è qui indicata attraverso l’immagine del taglio della chioma, tradizionale rito di passaggio che segna l’ingresso nell’età adulta (cfr. Page 1978, p. 81).↩︎

  19. Con la definizione di companion pieces si indicano due testi il cui significato è pienamente intelligibile solo attraverso una lettura “congiunta”, che presuppone quindi una prossimità sul supporto scrittorio (cfr. Kirstein 2002).↩︎

  20. Gli studi sul tema sono numerosi: per l’epigramma ellenistico, fondamentale Gutzwiller (1998), la cui tesi centrale è così sintetizzata dalla stessa Gutzwiller (2019, p. 365): “The central thesis of my Poetic Garlands was that epigrams, often encountered individually in inscription, recitation, or quotation, may acquire an expanded literariness through collection, where aggregation becomes a tool to produce enhanced meaning”; vd. inoltre almeno Höschele (2010). Per l’arte della variazione nell’epigramma ellenistico, almeno Tarán (1979). Un nuovo impulso allo studio delle collezioni epigrammatiche è venuto, negli ultimi anni, dalle pubblicazioni papiracee, come il “Nuovo Posidippo” (editio princeps di Bastianini-Gallazzi (2001), seguita l’anno successivo dall’editio minor (Austin e Bastianini 2002); su questo libro di epigrammi ellenistico, vd. almeno i saggi raccolti da Gutzwiller (2005)) o il cosiddetto “Vienna Epigrams Papyrus” (editio princeps (Parsons, Maehler, e Maltomini 2015); sui contenuti e l’organizzazione del papiro, vd. Floridi e Maltomini (2014); per una rassegna dei papiri ellenistici contenenti epigrammi Garulli (2016); la più antica antologia epigrammatica su papiro è forse conservata da P.Stras.P.gr. 2340 (cfr. Floridi e Maltomini 2019)).↩︎

  21. Per il capretto e l’agnello come metafore per l’ἐρώμενος, e per la valenza che assume in questo contesto il τράγος, cfr. Floridi (2014, pp. 420-421).↩︎

  22. Cameron (1993, pp. XVI-XVII), che offre un prospetto della struttura dei libri di P, definisce questa sezione “miscellanea”.↩︎

  23. Per una panoramica delle raccolte epigrammatiche e per la loro organizzazione, dagli albori della storia del genere fino ad Agazia e oltre, cfr. Maltomini (2019).↩︎

  24. Sull’antologia di Cefala e sulle sue fonti vd. soprattutto Cameron (1993, pp. 121-159). Sui criteri editoriali adottati, rispettivamente, da Meleagro e Filippo nel realizzare le loro antologie, cfr. Argentieri (2007) e Krevans (2007); per Filippo, vd. anche Höschele (2017).↩︎

  25. Basson (1917). I risultati delle sue ricerche sono stati poi confermati e perfezionati da Cameron (1993, in part. pp. 121-159), Lauxtermann (2003, in part. pp. 83-123; 2007), e Maltomini (2008, 2011a).↩︎

  26. L’editio princeps consiste, sostanzialmente, in una trascrizione del manoscritto, peraltro non priva di mende e di interventi non dichiarati (impietosamente denunciati da Dilthey (Dilthey 1887, soprattutto pp. 10-11)). Alcune migliorie al testo furono apportate, negli anni immediatamente successivi, da Meineke (1843, pp. 394-400); Piccolos (1853, pp. 155-165) (“qui tamen fere nihil inde contulit ad perpolienda epigrammata a Cramero edita antiquiora”, secondo il duro giudizio di Dilthey (1887, p. 4)); Dilthey (1887, pp. 4-12).↩︎

  27. Un estratto della silloge fu poi riconosciuto da Dilthey (1887) nel Par. gr. 1630 (XIV sec.). Il copista di questo manoscritto è stato identificato da Pérez Martín (Pérez Martín 2011) con Caritone degli Odegi. Sul modo di lavorare di Caritone e sulla sua selezione di epigrammi cfr. Floridi (2021b).↩︎

  28. Gli epigrammi di AP 12 trasmessi anche dalla Parisina sono i seguenti (elencati secondo l’ordine di S; tra parentesi se ne specifica l’autore, come ricavabile da P): AP 12.18 (Alfeo di Mitilene); AP 12.19 (anonimo) e AP 12.21 (Stratone; i due epigrammi, distinti in P, in S sono accorpati); AP 12.118 (Callimaco); AP 12.29 (Alceo; sulla relazione dell’epigramma di Alceo con il nostro distico si dirà a breve); AP 12.58 (Riano); AP 12.235 (Stratone); AP 12.237 (Stratone); AP 12.241 (Stratone); AP 12.181 (Stratone); AP 12.185 (Stratone); AP 12.209 (Stratone); AP 12.214 (Stratone); AP 12.223 (Stratone); AP 12.224 (Stratone); AP 12.196 (Stratone); AP 12.50, vv. 1-6 (Asclepiade).↩︎

  29. In tempi recenti, sono stati discussi da Cameron (1993, pp. 225-239) e Floridi (2022), con ulteriore bibliografia precedente.↩︎

  30. Sull’epigramma, dopo Cramer (1841, p. 386, rr. 22-25), cfr. Meineke (1843, p. 397); Piccolos (1853, p. 163); Floridi (2022, pp. 183-184).↩︎

  31. Il supplemento è di Meineke (1843, p. 397).↩︎

  32. L’epigramma fu prima edito da Cramer (1841, p. 386, rr. 10-15); cfr. poi Meineke (1843, p. 396); Piccolos (1853, pp. 161-162); Cameron (1993, pp. 232-233); Floridi (2022, pp. 175-178).↩︎

  33. E.g. Mel. AP 5.172 = HE 4136-4141, AP 12.114 = HE 4390-4391 e soprattutto AP 12.137 = HE 4636-4341, un’invettiva contro un gallo che sveglia l’amante mentre è a letto con un ἐρώμενος – su questo tema, vd. anche adesp. AP 12.136 = HE 3690-3693; Ant. Thess. AP 5.3 = GPh 109-114; Marc. Arg. AP 9.286 = GPh 1373-1378; Mac. AP 5.223 = 1 Madden; Paul. Sil. AP 5.283; Ov. Am. 1.13.25-46.↩︎

  34. Accetto, qui e al v. 5, Ὄρνι di Cameron (1993, pp. 232-233) per il tràdito Ὕπνε (cfr. Floridi 2022, pp. 176 e 178).↩︎

  35. L’aggettivo βαρύς (da non correggere in βραδύς (cfr. Cameron 1993, p. 233)), riferito al gallo, deve avere insieme il significato metaforico di “duro, molesto”, ma anche quello, letterale, di “pesante”, i.e. “incapace di volare”, “legato alla terra”, funzionale all’opposizione con ὠκυπέτης.↩︎

  36. Non sappiamo quando il codice fu portato da Costantinopoli in Occidente, né possiamo ricostruire con esattezza i suoi spostamenti per l’Europa prima dell’arrivo a Heidelberg. Sul tema cfr., oltre a Beta (2017), Gallavotti (1960, pp. 16-23); Mioni (1975, pp. 296-307); Aubreton (1982, pp. 1-5); Meschini (1982, pp. 56-62); Cameron (1987; 1993, pp. 178-201); McDonald (2013).↩︎

  37. La monumentale e ancora oggi imprescindibile edizione con commento in 13 volumi del 1794-1814 (Jacobs 1794/1814) riproduce il testo di Brunck (1772/1776), di cui è dunque seguito l’ordinamento per autori.↩︎

  38. Per i contenuti di AP 15, cfr. e.g. Lauxtermann (1997, p. 335, n. 4).↩︎

  39. Per un elenco degli epigrammi della silloge, con indicazione della numerazione di Jacobs, cfr. Maltomini (2008, pp. 94-96).↩︎

  40. Lo osserva anche Lauxtermann (2003, p. 118), a proposito del cosiddetto libro 15: “[t]here is no Book AP XV”. E non si può che condividere il suo auspicio, rimasto finora inascoltato: “It is to be hoped that future editors will take this into consideration and future scholars will stop referring to AP XV as a separate book”.↩︎

  41. Oltre alle edizioni complete dell’Anthologia, di cui si è detto sopra, possiamo ora disporre anche di numerose edizioni parziali, di singoli epigrammisti (e.g. Page (1978) per Rufino; Madden (1995) per Macedonio; Sider (1997) per Filodemo e Sider (2020) per Simonide; Guichard (2004) e Sens (2011) per Asclepiade; Floridi (2007) per Stratone; Floridi (2014) per Lucillio e Floridi (Floridi 2020) per Edilo; Ypsilanti (2018) per Crinagora), di singoli libri (e.g. Villaro e Rodríguez 2021 per i libri 13-15), o di selezioni di testi (oltre alle fondamentali raccolte di Gow-Page (1965, 1968) e di Page (1981), vd. ora, per l’epigramma ellenistico, Sens (2020)).↩︎

  42. Per la Parisina, ho in preparazione un’edizione, che conto di dare presto alle stampe.↩︎

  43. L’Appendix è l’unica delle Sillogi Minori a godere di una edizione a sé, corredata di ampio commento (Sternbach 1890). L’editore, tuttavia, poté tener conto di due soli dei quattro testimoni oggi noti (l’ultimo dei quali è stato individuato da Galán Vioque (2023)), per cui anche per questa silloge una nuova edizione sarebbe senz’altro utile.↩︎

  44. Per una presentazione del progetto, vd. Vitali-Rosati et al. (2020).↩︎

  45. Dopo aver discusso gli epigrammi inediti della Parisina, Meineke (1843, p. 397) osservava: “at etiam editis Parisina sylloge profutura est”; seguiva la menzione dell’epigramma di Alceo, che “ex Cram. p. 385, 5 duobus his versibus augeri potest, καὶ ῥόδον κτλ.”. Dello stesso avviso Dilthey (1887, p. 9) e Dübner (1864/1890, II, p. 366). Più scettico, ma comunque possibilista, Gow (Gow e Page 1965, II, p. 13): “though the addition of this commonplace seems a considerable enfeeblement of the sentiment, it should perhaps be said that the majority of the epigrams (by very various authors) from 24 to 41 are about the growth of hair, and the couplet would fit the quatrain to its context”. Successivamente incline a considerare corretto il testo della Parisina Page (1981, p. 322) (“I have some doubts whether the sentiment is enfeebled, and incline to agree with Meineke […] that Syll.S has the truth. I should now therefore add the couplet to Alcaeus”). Si limita a segnalare l’accorpamento Paton (1918, p. 97, n. 1) (senza peraltro chiarire in quale ramo di tradizione manoscritta esso compaia; su questo punto cfr. anche infra, n. 51). Decisamente contrario, invece, Aubreton (1972, p. 91) (così in apparato: “In docti Cramer codice, qui SS denominatur cum carmine XII, 29 hi versus cohaerentur quod perperam provant Meineke, Dilthey et Dübner”).↩︎

  46. Altri casi, all’interno della Parisina e non solo, sono spiegabili con la prossimità dei componimenti, che può averne favorito la fusione, secondo una comune dinamica di trasmissione testuale.↩︎

  47. Così, notoriamente, dichiara Planude nel suo preambolo al libro erotico (cfr. Floridi 2021a, con bibliografia precedente).↩︎

  48. L’omissione parrebbe qui obbedire a ragioni di pruderie (cfr. Floridi 2021a, p. 1093). Per altri esempi di conservazione della sola parte gnomica di un epigramma, rinvio a Floridi (2016, p. 56; 2021a, pp. 1115-1116 (con bibliografia precedente)).↩︎

  49. Stampo qui il testo tràdito, intendendo ὀπóς come nominativo e interpretando l’espressione ὀπὸς ἥβης come “the juicy freshness of youth, opp. ῥυτίς” (LSJ, s.v. I.2); merita tuttavia considerazione la proposta di Tueller (2014, p. 389) di correggere ἥβης in ἥβη, e di intendere quindi l’espressione ὀπὸς ἥβη / πάσης come “the youth of any other face” (cfr. Tueller 2016, p. 750).↩︎

  50. Un confronto con il proverbio ῥόδον παρελθὼν μηκέτι ζήτει πάλιν, “non chiedere più indietro la rosa, dopo che sei passato” (Diogen. 8.2, CPG I 304-305 = Apost. 15.28, CPG II 635 = GCL 3.6, CPG II 86; Suid. ρ 203 Adler), ha indotto Buffière – e già Dübner prima di lui – a proporre la correzione παρέλθῃς. Per quanto l’immagine sia topica, l’affinità tra il nostro distico e l’espressione paremiaca è in effetti notevole, e il ritocco attraente. Come che sia, vale la pena notare che il proverbio connette l’immagine a un ambito più ampio rispetto a quello erotico: l’interpretamentum chiarisce che la sentenza è riferita alla vanità e al pentimento tardivo (ἐπὶ τῶν κυδαινόντων τινάς, ἢ ἐπὶ τῶν μεταμελομένων περί τι καὶ μὴ δυναμένων τι ἀνύσαι, nella versione plenior; parte della tradizione ha solo ἐπὶ τῶν κυδαινόντων τινάς). Se è lecito postulare un rapporto diretto tra il distico e l’espressione paremiaca, si può ipotizzare – con tutta la cautela del caso – che il proverbio sia nato quando il distico godeva già di vita autonoma, e la sua originaria valenza omofila era già passata in secondo piano.↩︎

  51. E che nelle edizioni divulgative rischia di trovare informazioni inesatte o parziali. Pott (1911, p. 129), ad esempio, premetteva alla sua traduzione l’informazione seguente: “The couplet from which this is translated occurs twice in the Anthology: first by itself in AP XI. 53, and secondly in a quatrain by Alcaeus. It seems probable that its proper place is the latter”. Evidentemente, egli fraintendeva quanto leggeva in Dübner (1864/1890, II, p. 366), sua edizione critica di riferimento, dove – correttamente – si nomina la Parisina. Anche Paton (1918, p. 97, n. 1), in modo piuttosto fuorviante, scrive “This distich also occurs annexed to another in Book XII. No. 29”, senza specificare che la fusione è in un testimone diverso rispetto a P.↩︎

Floridi Lucia 0000-0003-3976-6479
Verstraete Mathilde 0000-0003-1642-8610
Wormser Gérard 0000-0002-6651-1650
La rosa (non) è una rosa
Per una valorizzazione della tradizione testuale delle Sillogi Minori
Lucia Floridi
Département des littératures de langue française
2104-3272
Sens public 2024/04/15 Miscellanea anthologica
AP 11.53 appare, nei due principali testimoni dell’Anthologia Graeca, P e Pl, come un distico anonimo che, attraverso l’immagine della precoce sfioritura della rosa, invita a non sprecare l’occasione. La (presunta) natura genericamente esistenziale del distico ne ha determinata la fortuna: inserito in numerose antologie dell’Anthologia, il componimento ha conosciuto versioni in latino e in varie lingue moderne ed è entrato di diritto nei testi scolastici, dove è stato proposto come spunto di riflessione o come esercizio di traduzione. Questo contributo illustrerà come, dietro la neutralità apparente dell’immagine floreale, si nasconda uno specifico riferimento alla rosa come metafora della bellezza giovanile, e in particolare della bellezza puerile, utilizzata in contesti pederotici per esortare l’amasio a concedere le proprie grazie prima che sia troppo tardi. Si procederà poi a svolgere qualche considerazione su come l’interpretazione di un epigramma dipenda sia dalla familiarità del lettore con motivi e immagini le cui valenze simboliche, nel corso del tempo, possono mutare, sia dal contesto antologico in cui un componimento occorre. Si procederà infine a dimostrare come la storia editoriale dell’Anthologia, che tende a privilegiare il testo dei testimoni maggiori, e in particolare di P, abbia fortemente condizionato l’interpretazione del distico nel corso dei secoli, contribuendo al suo fraintendimento (e alla sua risemantizzazione): in una delle cosiddette Sillogi Minori, infatti, la Sylloge Parisina, i due versi appaiono come la chiusa di un epigramma di quattro versi, di natura inequivocabilmente omofila, riconducibile all’autorità di Alceo di Messene. La valorizzazione della molteplicità testuale dell’Anthologia, e in particolare delle Sillogi Minori, appare ormai necessaria; a questa valorizzazione può utilmente concorrere un progetto di edizione digitale come quello attualmente in corso, “Pour une édition numérique collaborative de l’Anthologie grecque”, patrocinato dal Canada Research Chair on Digital Textualities.
AP 11.53 apparaît, dans les deux principaux témoins de l’Anthologie grecque, P et Pl, comme un couplet anonyme qui, à travers l’image de la floraison précoce de la rose, nous invite à ne pas gâcher l’occasion. La nature (supposée) génériquement existentielle du couplet a déterminé sa fortune : inclus dans de nombreuses anthologies de l’Anthologie, le poème a connu des versions en latin ainsi que dans diverses langues modernes et est entré de plein droit dans les textes scolaires, où il a été proposé comme matière à réflexion ou comme exercice de traduction. Cette contribution montrera comment, derrière l’apparente neutralité de l’image florale, se cache une référence spécifique à la rose comme métaphore de la beauté juvénile, et en particulier de la beauté puérile, utilisée dans des contextes pédérastiques pour exhorter l’aimé à accorder ses grâces avant qu’il ne soit trop tard. Nous poursuivrons ensuite sur la façon dont l’interprétation d’une épigramme dépend à la fois de la familiarité du lecteur avec des motifs et des images dont les valeurs symboliques peuvent changer au fil du temps, et du contexte anthologique dans lequel une composition s’est insérée. Enfin, nous montrerons comment l’histoire éditoriale de l’Anthologie, qui tend à privilégier le texte des grands témoins, et de P en particulier, a fortement conditionné l’interprétation du couplet au cours des siècles, contribuant à sa mésinterprétation (et à sa re-sémantisation) : dans l’une des Sylloges mineures, la Sylloge Parisina, les deux vers apparaissent en clôture d’une épigramme en quatre vers, sans équivoque homophile, attribuable à l’autorité d’Alceus de Messène. La valorisation de la multiplicité textuelle de l’Anthologie, et en particulier des Sylloges mineures, apparaît aujourd’hui nécessaire ; un projet d’édition numérique tel que celui en cours, « Pour une édition numérique collaborative de l’Anthologie grecque », parrainé par la Chaire de recherche du Canada sur les écritures numériques, peut utilement contribuer à cette valorisation.
AP 11.53 appears, in the two main witnesses of the Greek Anthology, P and Pl, as an anonymous couplet that, through the image of the early blooming of the rose, invites not to waste the opportunity. The (allegedly) generically existential nature of the couplet has determined its fortune: included in numerous anthologies of the Anthology, the poem has known versions in Latin and various modern languages and has entered by right into school texts, where it has been proposed as food for thought or as a translation exercise. This contribution will illustrate how, behind the apparent neutrality of the floral image, there is a specific reference to the rose as a metaphor for youthful beauty, and in particular puerile beauty, used in pederotic contexts to urge the beloved to bestow his or her graces before it is too late. We will then proceed to carry out some considerations on how the interpretation of an epigram depends both on the reader’s familiarity with motifs and images whose symbolic values, over time, may change, and on the anthological context in which a composition is inserted. Finally, we will show how the editorial history of the Anthology, which tends to privilege the text of the major witnesses, and in particular P, has strongly conditioned the interpretation of the couplet over the centuries, contributing to its misinterpretation (and resemantization): in one of the so-called Minor Sylloges, the Sylloge Parisina, the two verses appear as the close of a four-verse epigram, unequivocally homophilic in nature, traceable to the authority of Alceus of Messene. The valorization of the textual multiplicity of the Anthology, and in particular of the Minor Sylloges, now appears necessary; a digital edition project such as the one currently underway, “Pour une édition numérique collaborative de l’Anthologie grecque”, sponsored by the Canada Research Chair on Digital Textualities, can usefully contribute to this valorization.
Épigrammes http://data.bnf.fr/ark:/12148/cb119364768
Poésie grecque http://data.bnf.fr/ark:/12148/cb119331710
Anthologies http://data.bnf.fr/ark:/12148/cb119347727
Métaphore http://data.bnf.fr/ark:/12148/cb11932492j
Anthologie grecque, Épigrammes homophiles, Métaphore de la rose, Sylloges mineures, Sylloge Parisina
Greek Anthology, Homophile epigrams, Minor Sylloges, Rose metaphor, Sylloge Parisina